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Pedalando in rosa

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Vogliamo festeggiare anche noi la donna raccontando la sua storia con la bicicletta.

Al giorno d’oggi vedere una donna che pedala tranquilla, lungo una pista ciclabile con magari dietro un bambino è un qualcosa di normale. Ma non è sempre stato scontato vedere una donna in bicicletta, impensabile vederla gareggiare in competizioni ciclistiche ufficiali come il Giro Rosa, anzi, fino a qualche decennio fa tutto ciò era considerato uno scandalo. Può sembrare assurdo, ma tra tutti i diritti per cui le donne hanno dovuto combattere c’è anche quello di pedalare, la possibilità di utilizzare la bici facendola diventare così un simbolo importante dell’emancipazione femminile.

Fino alla fine dell’800 i medici affermavano che il ciclismo era un’attività dannosa per l’organismo femminile, considerato più debole di quello maschile, minando alla loro femminilità rendendole sterile o poteva causare la cosiddetta “bycicle face” ossia un viso pallido, arrossato e con profonde occhiaie. Condizioni che, con lo sviluppo della società, piano piano si sgretolarono e la bici si diffuse anche tra le donne. Questo portò alla nascita di moltissimi club femminili che offrivano l’opportunità di viaggiare in compagnia con lo scopo di evitare così le molestie per strada. Vennero compiute imprese storiche come quella di Annie Londonderry, che nel 1895 fece il giro del mondo in bici, o la nostra connazionale Alfonsina Strada che nel 1924 decise di iscriversi al Giro d’Italia osando non solo di partecipare a gare rigorosamente maschili ma ottenendo risultati migliori di alcuni di loro.

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